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Disforia di Genere, Ianzano spiega l’importanza dell’Assistenza Infermieristica

Ieri a Foggia si è parlato dell’importante ruolo dell’infermiere nella disforia di genere. Professionisti a confronto con Medici e Utenti del Policlinico.

Ieri mattina a Foggia si è svolta una giornata formativa sulla Disforia di Genere piuttosto importante dal punto di vista formativo e del confronto tra i professionisti sanitari del settore, Medici ed Infermieri. L’evento ha avuto luogo presso la sala Turtur del Policlinico Riuniti. Gli organizzatori e i relatori hanno mostrato ai partecipanti i percorsi clinico-assistenziali, diagnostici e terapeutici dei Pazienti affetti da questa persistente condizione di disagio, partendo dalla diagnosi psichiatrica e passando per la terapia ormonale, la rettificazione anagrafica e infine quella chirurgica.

Molto seguito ed apprezzato l’intervento del Coordinatore Infermieristico della Psichiatria Universitaria dei Riuniti Dott. Giulio Ianzano (nella foto-copertina), che si è trattenuto sul tema “L’apporto dell’infermiere nel Percorso di Transizione”.

Oltre a lui sono intervenuti al confronto l’Assessore al Bilancio Regione Puglia, Dott. Raffaele Piemontese, l’Assessore Regionale al Welfare Regione Puglia, Dott.ssa Rosa Barone, il Direttore Generale Policlinico di Foggia, Dott. Giuseppe Pasqualone, il Direttore Generale ASL FG Dott. Antonio Giuseppe Nigri, il Presidente dell’Ordine dei Medici di Foggia, Dott. Pierluigi De Paolis, la Referente Nazionale SIMG per la salute della popolazione LGBT, Dott.ssa Rosa Pedale e la Responsabile Nazionale del Gruppo Abuso e Maltrattamento della FIMP Dott.ssa Anna Latino. A Moderare i lavori ci ha pensato la Dott.ssa Cristina Sponzilli, Dirigente Medico.

I temi trattati sono stati molto interessanti e di notevole rilievo. Seguitissime anche le relazioni dei restanti oratori:

  • Prof. Antonello Bellomo. La Disforia di Genere. Aspetti descrittivi, epidemiologici e clinici;
  • Dott.ssa Concetta Potito. La rettifica del sesso anagrafico tra aspettative e diritti;
  • Dott.ssa Alessandra Zendoli. Presentazione di un Percorso Diagnostico Terapeutico nel Policlinico di Foggia;
  • Prof. Antonio Ventriglio. Sessualità, Minority Stress e Salute Mentale;
  • Prof. Carlo Bettocchi. Gli interventi chirurgici nella Transizione di Genere;
  • Prof.ssa Olga Lamacchia. Gli interventi ormonali;
  • Dott. Antonio Petrone. Gli interventi psicologici di supporto;
  • Dott.ssa Anna Nunzia Polito. Screening e monitoraggio dei disturbi di genere negli adolescenti.

L’intervento del Coordinatore Infermieristico Ianzano.

Proprio l’infermiere Ianzano ha voluto far capire quanto sia importante la figura infermieristica in un processo di cura, citando alcuni articoli del codice deontologico dell’infermiere. Infatti sottolinea che il Codice Deontologico riconosce l’infermiere come professionista e come persona; riconosce il cittadino come curato e come persona; riconosce la società nella quale viviamo e quella in cui vorremo vivere; riconosce la normativa attuale e ne prefigura la sua evoluzione.

Ecco quindi che il senso di questo (ri)conoscere racchiuso nel nostro documento guida è la rete, il collegamento, le connessioni, le relazioni. Quando ci approcciamo alla persona assistita, bisogna essere in grado di sostenere ogni nostra azione e ogni nostra scelta con dati scientifici, con la nostra disciplina, con discernimento cognitivo, con metodi e strumenti propri, che siano scale di valutazione, processi diagnostici clinici-assistenziali, analisi dei rischi, valutazione dei bisogni nella loro complessità. Bisogna comprendere se quell’attività attiene alla disciplina infermieristica o se è un’attività che il professionista ritiene possa attribuire a qualcun altro.

In particolar modo ha parlato di:

  • dell’Art 3 – RISPETTO E NON DISCRIMINAZIONE: l’Infermiere cura e si prende cura della persona assistita, nel rispetto della dignità, della libertà, dell’eguaglianza, delle sue scelte di vita e concezione di salute e benessere, senza alcuna distinzione sociale, di genere, di orientamento della sessualità, etnica, religiosa e culturale. Si astiene da ogni forma di discriminazione e colpevolizzazione nei confronti di tutti coloro che incontra nel suo operare;
  • dell’Art. 4 – RELAZIONE DI CURA: nell’agire professionale l’Infermiere stabilisce una relazione di cura, utilizzando anche l’ascolto e il dialogo. Si fa garante che la persona assistita non sia mai lasciata in abbandono coinvolgendo, con il consenso dell’interessato, le sue figure di riferimento, nonché le altre figure professionali e istituzionali. Il tempo di relazione è tempo di cura.
  • dell’Art. 6 – LIBERTÀ DI COSCIENZA: l’Infermiere si impegna a sostenere la relazione assistenziale anche qualora la persona assistita manifesti concezioni etiche diverse dalle proprie.

Tiene a dire che il problema della transizione è soprattutto sociale e c’è bisogno di molto sostegno. È piuttosto complicato affrontarla da soli. È qui che risiede la difficoltà di offrire e di ricevere accoglienza e sostegno. Le persone con Disforia di Genere spesso evitano l’assistenza sanitaria proprio perché hanno già avuto esperienze molto spiacevoli o hanno paura di rivivere le esperienze negative di cui si parla all’interno della comunità che condividono. Le persone transgender vogliono innanzitutto sentirsi sicure di poter parlare. Come loro stesse affermano, se a volte vengono percepite come depresse o ansiose, non è a causa di un problema con la loro identità ma per il modo in cui vengono guardate e trattate.

Accogliere una persona Transgender significa confrontarsi con le rappresentazioni personali.

“Le nostre interazioni si basano su stereotipi eterosessuali cisgender (la propria identità corrisponde al genere) che sono stati radicati fin dall’infanzia. Occorre quindi fare una riflessione collettiva per rendere l’ambulatorio non militante, non schierato MA inclusivo e migliorare le condizioni di accoglienza delle persone con disforia di genere può giovare ad altri gruppi sociali” – ha spiegato Ianzano.

Un altro nodo ancora da sciogliere in Italia riguarda la formazione del personale sanitario che è fondamentale. Come evidenziano alcune ricerche, la percezione di scarsa preparazione nei confronti delle questioni di genere induce le persone transgender a mantenere una certa distanza dalle possibilità di cura, trattamento e supporto.
Infine, è importante la cura della comunicazione e dell’informazione dei cittadini in generale e delle persone transgender in particolare. “La mancanza di informazioni indipendenti, certificate e aggiornate rappresenta una delle maggiori criticità per la popolazione transgender nell’accesso ai servizi sanitari. Spesso le scelte sanitarie si basano sul passaparola o su informazioni non validate lette su internet.

Per risolvere le lacune sul piano dell’informazione e della comunicazione, il centro dell’Istituto superiore di sanità e l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali – Presidenza del Consiglio dei Ministri (UNAR) ha allestito un tavolo di lavoro che riunisce le principali associazioni di categoria presenti in Italia. Dalla collaborazione è nato il portale Infotrans. “Il sito web fornisce informazioni sia sanitarie che giuridiche rivolte agli utenti”. “È anche corredato di una mappa interattiva dei servizi dedicati che sono attivi sul territorio italiano.

L’accoglienza deve quindi essere ben disposta e comprensiva in tutte le sue fasi. Dal momento in cui viene fissato l’appuntamento alla sala d’attesa (con un volantino o manifesto può far capire che accogliere le differenze non è un problema), ai servizi igienici e alla chiamata dell’appuntamento nella sala d’attesa (dire nome e cognome piuttosto che “signor” o “signora”).

“Troppo spesso c’è un’errata interpretazione di genere e sessualità. È necessario iniziare fin da subito a comprendere che accanto al sesso biologico (femminile – intersessuale – maschile), c’è anche la rappresentazione di sé in relazione al genere (femminile – maschile, binario o non), nonché l’esternazione di sé in relazione al genere (femminile – androgino (entrambe i sessi) – maschile, o agender)” – ha aggiunto Ianzano.

Quindi, alla domanda Quali sono le NECESSITÀ E ASPETTATIVE DELLA PERSONA NEL PERCORSO ASSISTENZIALE?

Bisogno urgente di essere prese in carico; Ambiente che supporti la persona nel individuale; accesso alle terapie ormonali; eventuale inserimento nelle liste operatorie.

L’EQUIPE MULTIDISCIPLINARE è formata da Psichiatra, ginecologo, urologo/andrologo, psicologo, Pediatra, endocrinologo, chirurgo plastico, neuropsichiatra infantile, infermiere.

L’Ambulatorio Dedicato a gestione medico-infermieristica.

L’evento foggiano, così come ha spiegato Ianzano nel suo lungo intervento, è servito anche per presentare l’Ambulatorio Dedicato:

  • Ambulatorio – Struttura Complessa Psichiatria Universitaria Responsabile Prof Antonello Bellomo;
  • Dirigente Medico dedicato D.ssa Alessandra Zendoli;
  • Infermiere Coordinatore Dott Giulio Ianzano;
  • Accesso ambulatoriale: le prenotazioni avvengono tramite contatto diretto con il medico o il nostro servizio; occorre essere in possesso di una impegnativa del MMG nel caso di prima visita, successivamente le impegnative saranno erogate dal nostro servizio.

Prestazioni erogate:

  • Prima visita Psichiatrica o di controllo;
  • PAC 44 DS Diagnostico;
  • PAC 45 DS Follow up (dove l’infermiere ha un ruolo importante) prescrizione di esami ematici e strumentali;
  • prescrizione di Piani Terapeutici;
  • somministrazione di farmaci (ATTIVITÀ INFERMIERISTICHE).

Aspetti pratici:

  • accoglienza e pianificazione visite ed esami strumentali;
  • gestione della documentazione sanitaria;
  • collaborazione con i Centri multidisciplinari;
  • gestione appuntamenti dei follow-up;
  • terapie iniettabili e parametri vitali;
  • fornire all’utenza un continuo supporto (telefonico, in presenza, ATTIVITÀ INFERMIERISTICHE).

Aspetti relazionali:

  • l’importanza di instaurare una relazione empatica;
  • l’utilità di una comunicazione adeguata ed efficace; costruire un rapporto di fiducia percependo i bisogni;
  • l’infermiere diventa un importante punto di riferimento in quanto a conoscenza di ogni fase del percorso.

Fondamentale sarebbero le Competenza specifiche, anche perché l’utente transgenere si rivolge alle strutture sanitarie non solo per tutti gli aspetti relativi al proprio percorso di transizione, ma anche a seguito di episodi violenti a sfondo transfobico o per problemi di salute legati della propria identità di genere. La differenza risiede nel fatto che l’infermiere dovrebbe appropriarsi di una prospettiva che tenga conto delle diversità di genere e acquisire una competenza culturale in merito. In molte strutture sanitarie l’infermiere è la prima figura che viene a contatto con l’utente oltre ad essere il professionista che trascorre più tempo con lo stesso, per questa ragione gli infermieri possono esercitare un impatto determinante nella costruzione di una narrazione sanitaria positiva.

L’assistenza infermieristica si espleta in modo olistico, coadiuvando il team medico a tutti i livelli, dall’accoglienza, passando per il supporto tecnico-operativo di Sala Operatoria, continuando con le dimissioni ed il follow up. Le fondamenta per una buona assistenza ad un individuo di genere non conforme sono costituite da un clima assistenziale accogliente e per raggiungere questo obiettivo sarà necessario prestare attenzione: alla comunicazione, alla documentazione clinica, alla fase dell’accertamento e alla tutela della privacy.

Fin dal primo contatto è necessario rivolgersi all’individuo bisognoso di assistenza utilizzando un linguaggio appropriato. È necessario abituarsi ad utilizzare il nome preferito dal paziente e a declinare le locuzioni al maschile o al femminile senza basarsi sul sesso biologico, poiché un comportamento di questo tipo implica rispetto, apertura verso l’altro, riconoscimento ed accoglienza alimentando un rapporto fondato sulla fiducia reciproca.

L’infermiere potrebbe trovarsi ad esaminare della documentazione clinica che non tiene conto della varianza di genere. Per questo motivo durante il primo contatto, non bisogna dare per scontata l’identità di genere dell’utente deducendola dall’apparenza fisica o dall’abbigliamento. L’interlocutore potrebbe pensare che non stia ricevendo le cure migliori, che li possano consentire di allineare l’immagine corporea con l’identità di genere percepita, se neanche un professionista sanitario riconosce tale identità. In questi casi si può chiedere gentilmente al paziente come preferisce essere chiamato e aggiungere il nome “desiderato” alla documentazione. Il nome scelto potrà essere inserito tra virgolette vicino al nome ufficiale rispettando la volontà dell’utente senza compromettere la documentazione clinica. Durante il colloquio iniziale, se necessario, si può consentire alla persona che ha accompagnato l’utente nella struttura di assistere all’intervista per fornire appoggio morale al paziente e stemperare la tensione.

È consigliato chiedere solo informazioni clinicamente rilevanti ed evitare di essere guidati dalla curiosità somministrando domande invasive non utili ai fini diagnostici. Se l’accertamento infermieristico viene condotto con sensibilità e rispetto sarà l’utente stesso a raccontare la propria storia in maniera dettagliata, poiché sentirà di trovarsi in un ambiente sicuro scevro da giudizi. Durante l’esame fisico è necessario spiegare all’utente cosa si sta facendo e perché lo si fa, garantendo la privacy ed esaminando solo le parti anatomiche rilevanti dal punto di vista clinico, inoltre se l’utente dovrà sottoporsi ad esami strumentali o visite che richiedano la svestizione è compito dell’operatore scongiurare situazioni di disagio. Non bisogna mai dare per scontato che il paziente abbia detto a tutti di essere transgender e a tal proposito potrà essere necessario rassicurarlo sulla confidenzialità delle informazioni fornite e sul fatto che non verranno menzionate con parenti, familiari o altri visitatori senza un suo esplicito consenso.

L’assistenza viene da molti studiosi definita come una vera e propria sfida, dove le variabili in gioco sono tante, ed è facile commettere errori che comprometteranno gli outcomes (risultati) e la customer satisfaction (soddisfazione del cliente).

La persona che manifesta disforia di genere e vuole cambiare sesso motiva il suo progetto di vita partendo da un malessere interiore, che consiste nel non sentirsi bene nel proprio corpo e sesso. Queste sono condizioni che rendono incompatibile la vita ordinaria con le caratteristiche fisiche e sessuali di cui dispone e con le quali si relaziona con il mondo. Sapersi orientare nell’ambito della terminologia legata alle sessualità non è semplice: un buon punto di partenza può essere quello di definire l’identità sessuale come una identità multidimensionale, ovvero il risultato della combinazione tra quattro fattori principali definiti psicosessuali: il sesso, l’identità di genere, il ruolo di genere e l’orientamento sessuale.

L’identità di genere non è direttamente collegata con l’orientamento sessuale: ciò significa che una persona transessuale potrebbe identificarsi come eterosessuale, omosessuale, bisessuale o decidere di non applicare nessuna etichetta al proprio orientamento sessuale o alla propria identità di genere . Con il termine transgender si indicano le persone che non confermano gli atteggiamenti tradizionali legati al genere, non si riconoscono nel sesso assegnato alla nascita e si identificano perciò in un genere che non corrisponde al proprio sentire interiore ma nel quale si sentono rappresentati per la propria ideologia. Il transessuale è invece colui che ha già avviato un percorso di trasformazione delle proprie caratteristiche fisiche e sessuali. Sono tutte quelle persone che non solo non si conformano alla propria identità di genere, ma non vogliono vivere con le proprie caratteristiche sessuali biologiche e perciò desiderano procedere con cure ormonali e interventi chirurgici. Quando però l’incongruenza tra la propria identità di genere e il genere assegnato alla nascita si accompagna a sofferenza, malessere e stress, si parla di disforia di genere. Il termine disforia sta a indicare la difficoltà di sopportare (dal greco dys, male + phérein, sopportare) una condizione che non si riconosce come propria. Questa dizione ha sostituito quella del 2013 di disturbi dell’identità di genere: in pratica si preferisce oggi porre l’attenzione non tanto sull’incongruenza esistente tra sesso biologico e identità di genere, quanto sul distress percepito (il termine distress rappresenta l’aspetto negativo dello stress, e viene contrapposto ad eustress che rappresenta l’aspetto positivo dello stress).

Ianzano ha concluso dicendo che “in ogni infermiere c’è dentro tutto quello che ha fatto, quello che sente di essere e quello che vorrebbe essere nel futuro come professionisti. Questo è ciò che ci permette di entrare in relazione con la persona assistita, in un incontro tra due persone che stringono un forte patto di cura. Per questo è evidente il nostro bagaglio culturale va sempre aggiornato in termini di conoscenze, di evidenze, di crescita anche personale, in un costante e interminabile mutamento”.

Fonte AssoCareNews.it

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